In queste mattine di mezz’estate noi docenti lavoriamo con convinta ed alacre serietà per “verificare la preparazione dei candidati all’Esame di Stato”. Di buon’ora ci raccogliamo in improbabili punti d’incontro lungo i viali periferici delle città e - costituiti car pooling che coniugano economicità e chiacchiere - migriamo da un capo all’altro del territorio provinciale. Chi è in servizio nel capoluogo si avvia alle lande periferiche e viceversa: ciò per assicurare l’imparzialità del giudizio ma soprattutto per scongiurare un remoto ed improbabile “legame di sangue” fra esaminatore ed esaminato. In un’epoca di crollo dei valori familiari e di vite in liquida deriva, quel che sembra maggiormente contare nell’individuazione dei commissari non è un’affinità accertata di saperi, bensì che non esista vincolo parentale almeno fino al 4^ grado con gli studenti!
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La valutazione dell’Invalsi nelle scuole del primo ciclo dell’istruzione quest’anno ha senza dubbio fatto un vero e proprio salto di qualità. Questo salto qualitativo non era stato preventivato dalle scuole, che spesso sono state travolte da procedure, fascicoli e istruzioni vissuti anche in forma solo invasiva. Il notevole interesse per l’azione valutatrice dell’Invalsi, che agisce su Direttiva ministeriale ma è comunque un Istituto dotato di una forte autonomia, è entrato in collisione con la naturale programmazione didattica delle scuole. E’ dunque importante cercare di evidenziare alcuni punti di squilibrio tra l’azione didattica delle scuole e l’azione valutativa dell’Invalsi, senza voler mettere sul banco degli imputati nessuno. Per grandi capitoli e solo attraverso un’analisi delle metodologie e non dei risultati credo sia utile sottolineare alcune antinomie sistemiche per cercare di portare qualche argomento nell’ambito della discussione in corso. 
