Che tempo che fa ?

La versione di Stefanel

di Stefano Stefanel

La scuola primaria italiana deve decidere se vuole essere proclamata “patrimonio dell’umanità”, ma per fare questo deve rivolgersi all’Unesco, o se vuole entrare nel dibattito sul futuro del sistema scolastico italiano prendendosi anche la sua parte di responsabilità per la situazione piuttosto negativa in cui ci troviamo. La scuola primaria italiana è una buona scuola, ma la sua “consacrazione” è avvenuta attraverso quelle rilevazioni internazionali che dicono anche come il tempo scuola italiano del primo ciclo non abbia eguali nel mondo e sia eccessivo. Da un lato cioè la scuola primaria italiana chiede di non essere toccata perché ha buone valutazioni internazionali (dei risultati) e dall’altro non accetta che ci siano degli elementi della sua organizzazione da chiarire.

Nessun sistema d’eccellenza può continuare ad essere tale se non attua profondi cambiamenti e se non cerca di adeguarsi al mutare dei tempi. Il costante richiamarsi al tempo andato da parte della scuola primaria non rende conto del perché un buon ordine di scuola si trasformi poi in ordini che producono risultati deludenti. Davvero non c’è nessuna responsabilità della scuola primaria in questo? Davvero un buon segmento scolastico può ritenersi ottimo e non riformabile solo perché è meglio degli altri? Proprio perché la scuola primaria è un segmento positivo dentro un sistema carente, credo debba riflettere in profondità su quella che è la strada che i bambini compiono dopo l’uscita dalla scuola primaria. La rigidità della scuola secondaria, avvitata su una didattica per lo più trasmissiva e quindi debole, fa il paio con la rigidità di molta scuola primaria che dalla scuola dell’infanzia non vuole acquisire niente, anche se attraverso sfondi integratori e didattica personalizzata quella scuola riesce a trasformare in cittadini anche quei bambini che a tre anni entrano nel sistema scolastico incapaci di qualsiasi relazione sociale che non sia il comando e il capriccio.

Quanto e quale tempo ci serve per imparare?

A leggere le rilevazioni internazionali per imparare serve molto meno tempo che in Italia. Il tempo che serve ad imparare è uno dei grandi problemi nascosti della scuola italiana. Non può esserci una relazione certa tra cattivi risultati e alto tempo scuola, ma questa relazione non può neppure essere esclusa. La scuola primaria su questo non si interroga, anche perché il “devastante” rapporto tra tempo scuola e occupazione viene vissuto come un dato di fatto e non come un rapporto da rompere immediatamente. Il tempo pieno su questo deve fare qualche conto: un bambino per cinque anni viene coinvolto in circa 43-45 ore di tempo scuola, 12-15 delle quali dedicate alla mensa, al dopo mensa, alle ricreazioni, tre-cinque ore a settimana dedicate nel week end o in qualche pomeriggio per fare alcuni compiti. Quando poi nella scuola secondaria quelle 43-45 non bastano più e comunque una loro parte (almeno 15) deve essere dedicata allo studio solitario nella propria stanzetta (o in affollate cucine con la televisione sempre accesa) i ragazzi che stanno in fascia media o medio bassa hanno dei problemi insormontabili.

La domanda da porsi potrebbe anche essere questa: il tempo scuola delle primarie deve avere qualche rapporto sia di qualità sia di quantità con quello della Scuola dell’Infanzia e con quello della Scuola Secondaria o è un’isola a sé stante che deve tener conto solo dei buoni risultati dei suoi alunni?

Quale tempo per riflettere, per metabolizzare, per costruire relazioni?

Quello che la propria famiglia ha deciso. In questo senso è necessario che la scuola primaria passi dall’individualizzazione del percorso formativo alla sua personalizzazione. Deve attuare questo passaggio non perché la sua didattica sia superata, ma perché i tempi hanno modificato il rapporto tra le famiglie e il tempo dei figli. Esiste un’offerta extrascolastica di cui tenere conto, perché molto formativa, con regole e richieste pressanti, con proposte allettanti. La scuola deve sapersi integrare a questa offerta e per farlo deve personalizzare, prendendo spunto da quello che fa la Scuola dell’Infanzia, dove tempi, modi e presenze sono dettate dalle famiglie e non dai programmi.

In quali tempi ognuno di noi ha imparato? Quanto conta la relazione nel processo di apprendimento?

Credo sia molto poco interessante sapere in quanto tempo ho imparato io, visto che i miei 56 anni collocano la mia scuola elementare nella notte dei tempi (primi anni sessanta, maestra unica, nozionismo, pennini con l’inchiostro, quattro ore di scuola al giorno: ma era divertentissimo).

La relazione conta tantissimo, oggi come ieri. Ma le relazioni cambiano come cambiano i tempi. Alle elementari io ho comprato il libretto con le canzoni di Sanremo, adesso un bambino di sette anni con uno smartphone scarica tutto il Festival senza bisogno di alcun libretto.

Starei attento a confondere le esigenze degli studenti con i nostri ricordi. E sarei anche cauto a mettere in rapporto le buone e importanti relazione col numero delle ore che si sta a scuola o con la struttura che danno alla convivenza le maestre. Le relazioni sorgono dovunque.

Quanto sono stati penalizzati e mortificati i tempi e i modelli pedagogici della scuola primaria dai tagli indiscriminati e dalle disattenzioni culturali di varia provenienza politica ?

Non c’è stata alcuna mortificazione, perché la scuola primaria reagisce con grande professionalità ed entusiasmo anche a soluzioni difficili. Parti della scuola primaria italiana hanno estremizzato la protesta e non hanno accettato di discutere alcuna proposta. Però i tagli hanno lasciato della funzionalità all’organico, anche se da anni quella funzionalità da molte scuole è stata utilizzata solo per creare strutture rigide di classe, lontane dall’idea iniziale di una funzionalità di supporto alla didattica del circolo.

La segmentazione tipica di gradi d’istruzione superiori, frammentaria e ridotta, poco funzionale al progetto formativo della scuola primaria è un destino ineluttabile o c’è spazio per un rinnovato impegno progettuale degli operatori scolastici, basato su tempi rilassati e apprendimento cooperativo ?

La segmentazione non è opera della Moratti o della Gelmini: i due Ministri del centrodestra hanno solo preso atto dell’oggettiva deriva secondarizzante della scuola primaria. I moduli hanno prodotto insegnanti che per vent’anni hanno insegnato o italiano (ed educazioni) o matematica (e scienze ed educazioni) o storia e geografia (ed educazioni). Il tempo pieno ha spezzato storia e geografia o fatto altri assemblaggio che però hanno bloccato i docenti su quegli insegnamenti dagli anni ottanta. Le ore di compresenza o di contemporaneità sono state lasciate alle classi e il progetto era soprattutto stare dentro la classe, non progettare innovazioni. Questa secondarizzazione era oggettiva anche prima della Moratti.

Tempi rilassati e apprendimento cooperativo si possono fare anche oggi con questo organico funzionale. In molte regioni italiane (in Friuli Venezia Giulia però no) il tempo pieno ha un doppio organico con due insegnanti e religione e inglese e questo significa che la secondarizzazione non sta negli “spezzatini” ministeriali, ma nella specializzazione di fatto di docenti che ancora oggi sono formate proprio a non essere specializzate.